Cos’è il genere?

Come sessuologa, risponderei che il genere viene determinato da una commistione di esperienze psichiche, sociali, giuridiche, anatomiche ed emotive. Il genere anatomico, o in altre parole il genere arbitrariamente assegnato alla nascita, è una definizione fisiologica che può o meno riflettere la percezione interna del proprio genere.

Ognuno di noi si relaziona al proprio genere e alla propria sessualità individualmente. Questa percezione intima è ciò che chiamiamo identità di genere. Poiché esperienze e percezioni personali sono difficilmente comparabili con precisione con quelle altrui, in linea di principio, la percezione che ognuno ha del proprio genere è individuale ed unica. Le esperienze possono essere paragonate ma mai generalizzate.

Poiché l’identità di genere è un insieme di tanti fattori, percepire la nostra identità e quella altrui, specialmente le varie identità non-binarie, potrebbe risultare un processo complicato.

Mi concentrerò qui sulla percezione dell’identità di genere, propria ed altrui e sulle difficoltà nel verbalizzarla specialmente in relazione all’identità di genere non-binario.

È comune che durante la pubertà la percezione della propria identità di genere si intrecci con lo sviluppo della propria identità sessuale. La parola finlandese “muunsukupuolinen” (letteralmente di altro genere) descrive meglio quelle identità di genere, che differiscono dalla dicotomia maschile vs.femminile. Sempre più persone rifiutano (ed a ragione) definizioni che si basino, in un modo o nell’altro, su una esclusione binaria.

Eppure il nostro cervello è abituato a pensare alla società in termini binari, poiché il concetto dicotomico di società ci è stato offerto sin dalla tenera età come unica opzione.

Nella maggior parte dei casi i neonati ed i bambini in tenera età non percepiscono il genere biologico come un elemento predominante ed un fattore discriminante nelle loro relazioni con gli altri (società). Eppure la nostra società costringe i bambini a formare la propria identità di genere per esclusione (maschile VS. femminile), anche quando i bambini stessi non si identifichino chiaramente (o non ancora) nel presupposto maschile-femminile.

Man mano che si cresce, lo sviluppo dell’identità di genere si lega allo sviluppo dell’identità sessuale, la cui definizione richiede anch’essa una classificazione di genere binario. Qui sorge nuovamente il solito problema: non tutti ci riconosciamo nella classificazione binaria. Di conseguenza, un adolescente che non si riconosca nello schema maschile vs. femminile, si ritrova privo di strumenti linguistici per verbalizzare la propria identità di genere. Questo giovane, non potendo descrivere la propria identità al di fuori della dicotomia vigente, sentirà ancora più fortemente il problema dovendo definire la propria identità sessuale. Come posso essere etero, lesbo, gay, bisessuale o qualsiasi altra cosa se non sono un uomo né una donna?

Se non ci sono termini con cui definire la nostra identità di genere, questo tipo di identità di fatto non esiste. Come “effetto collaterale” è anche impossibile verbalizzare la nostra identità sessuale dato che anche la definizione di quest’ultima si basa sull’esclusione binaria MASCHILE vs FEMMINILE.

Come ho scritto in un post precedente, durante l’adolescenza, cerchiamo costantemente schemi e modelli con cui identificarci. Il predominio di una visione binaria della società confina i giovani in uno schema socio-culturale rigido che richiede loro di definire la propria identità di genere solo attraverso un’opposizione dicotoma. Divergere da questa norma significa venire isolati e lasciati in disparte nell’incertezza.

Le varie identità di genere devono essere prese in considerazione e verbalizzate. Di un concetto privo di nome non si può parlare e non potendo parlarne questo concetto in pratica non esiste. È comprensibile si possa provare vergogna e non si osi chiedere ad un altro apertamente come desideri essere chiamato, ma varrebbe la pena incoraggiare le persone a farlo nonostante tutto. Ignorare l’esistenza del problema nascondendolo sotto al tappeto ostacola l’emergere e il riconoscimento delle identità non-binarie nella coscienza comune.

Imparare a scegliere le parole adatte e riscattare termini discriminanti donando loro un nuovo significato positivo può liberare le identità non-binarie dall’ombra e aiutare a costruire visioni alternative a quella binaria.